Un arresto di massa, vergogna nazionale
3 dicembre 2013 – 2:42 am | Nessun commento

Quando una tifoseria, in trasferta all’estero, finisce per essere arrestata dalla polizia; quando 149 tifosi vengono accusati di aver messo in atto violenze; quando 22 di questi vengono mantenuti sotto chiave e probabilmente finiranno sotto …

Leggi tutto il contenuto »
Appuntamenti

tutti gli appuntamenti del Comitato promotore

documenti

archivio documentale del Comitato e del progetto

immagini

Gli attimi più belli dello sport a perenne memoria dell’etica

testimonianze

Sportivi di ieri, di oggi e di domani: quanto l’etica la fa da padrona!

eticatube

Video sul progetto e sullo sport in generale

Home » Primo piano

Boateng: ”Il razzismo è una malaria da combattere”

Inserito da il 22 marzo 2013 alle 11:56 amNessun commento

140027940-a0cc061b-151b-4c70-8bcb-a9375df1274aIl centrocampista del Milan all’Onu: “L’indifferenza rafforza questa malattia, bisogna attaccarla in ogni modo per evitare di contagiare i giovani. È ovunque: nelle strade, sul lavoro, negli stadi. Noi atleti abbiamo grande responsabilità, possiamo parlare al cuore della gente” IL TESTO DEL DISCORSO

dall’inviato FRANCESCO SAVERIO INTORCIA FONTE REPUBBLICA.IT

GINEVRA - ”Cosa debbo fare se capita a me?”. Il piccolo Sarosh, tredici anni, origini uzbeke, ala sinistra ma anche destra delle giovanili del Vaud La Cote di Nyon, uno dei 25 piccoli atleti invitati dall’Onu alla giornata mondiale per l’eliminazione delle discriminazioni razziali, si rivolge a Kevin Prince Boateng come a un oracolo. E il giocatore del Milan, diventato simbolo della lotta al razzismo dopo il suo gesto con la Pro Patria, si scioglie in un sorriso. “Per prima cosa, non fate come me. Se in campo siete vittime di razzismo, parlatene all’allenatore, al direttore di gara, ai vostri genitori. La Fifa e l’Uefa assicurano che adesso gli arbitri prenderanno seri provvedimenti”.

Il pallone scagliato dal ghanese contro gli imbecilli di Busto Arsizio, due mesi e mezzo fa, è arrivato lontano. Invitato dall’Onu, Boateng ha letto un discorso di poco più di dieci minuti, preparato in due mesi con il suo avvocato e il suo manager, provato e riprovato da Kevin a casa e in aereo con Melissa Satta, che in platea sorride orgogliosa, “sono fiera di lui, questa è una partita che vinceremo. Era emozionato, ieri non riusciva a dormire, stiamo vivendo un momento eccezionale”.

Abito scuro, occhi fissi nel vuoto a contenere l’emozione, un bicchiere d’acqua a sciogliere la gola secca e a prendere coraggio, prima di leggere in inglese il suo intervento, in cui cita Obama e Alì, e paragona il razzismo alla malaria. “Ignorarlo è facile, invece bisogna combatterlo. Prosciugare gli stagni

in cui si annida”. “Act and not react”, lo slogan lanciato da Boateng: agire, prevenire, è più importante della reazione che lui stesso ha avuto. Non si è pentito, “in quel momento ero convinto che fosse la cosa giusta, tutto qui”, ma forse neppure si aspettava che il suo gesto avesse questa risonanza. E alle domande della platea ribadisce che spetta all’arbitro decidere e che “io quello che dovevo fare e dire l’ho fatto”.

Seduta alla sua sinistra, l’Alto Commissario Navi Pillay, dopo aver dato un colpetto col ginocchio al rossonero per dirgli di stare tranquillo, punta l’accento sulla necessità di sanzioni adeguate, sottolinea l’incongruenza delle sanzioni all’ultimo Europeo, “dove Bendtner è stato multato di 100mila euro per aver mostrato uno sponsor, e la Croazia di 12.500 per comportamento razzista dei tifosi” e ha invitato i governi del calcio “a non lasciare soli i ragazzi come Boateng”. Unanime l’elogio alla federazione greca per la recente radiazione a vita di Katidis, giocatore dell’Aek che ha festeggiato un gol col saluto nazista.

Al tavolo con Patrick Vieira (“Io non ho mai pensato di fare come Kevin perché non sono coraggioso come lui”), William Gaillard (consigliere Uefa), Federico Addiechi (delegato Fifa), Boateng poi risponde ai cronisti, anche in tedesco (“Oggi sono gentile”), confessa che “è più facile giocare a San Siro davanti a 80mila persone”,  spiega che “da giovane anche in Germania ho avuto a che fare col razzismo, non importa dove, come e quando. Però prima pensavo ad altre cose, adesso che sono adulto ho deciso di fare di più perché non voglio che i miei figli crescano nel razzismo. Non è importante soltanto essere qui oggi. E’ importante che domattina tutti ci svegliamo con la voglia, la forza, il coraggio di fare di più. E dopodomani, e il giorno dopo ancora”.

IL TESTO DEL DISCORSO
“E’ un onore per me avere la possibilità di parlare qui oggi. Siamo nel 2013 e il razzismo è ancora tra noi e rappresenta ancora un problema. Il razzismo non è solo un argomento da History Channel o qualche cosa che si riferisce alle storie dei tempi passati o che semplicemente accade in territori lontani dal nostro. Il razzismo è reale ed esiste qui e ora. Il razzismo si trova nelle strade, sul posto di lavoro e anche negli stadi di calcio. Ci sono stati momenti nella mia vita in cui non volevo neanche affrontare il problema. Ho cercato di ignorare il razzismo, come se fosse un mal di testa che sai andrà via prima o poi, basta aspettare. Ma quella era un’illusione. Ho deciso di interrompere la gara e ho scagliato la palla sulle tribune perché mi sentivo profondamente arrabbiato e offeso dalle ingiurie razziste a me indirizzate dagli spalti. Di per sé questo gesto non avrebbe avuto particolare risonanza. Tuttavia i miei compagni di squadra del Milan mi hanno subito seguito fuori dal campo senza neppure un attimo di esitazione. La cronaca del fatto che l’intera squadra del Milan avesse proposto in campo un risoluto e univoco atteggiamento contro gli atti di razzismo in essere ha generato titoli di prima pagina nei media di tutto il mondo. Questa è la ragione della mia presenza qui oggi. Abbiamo il dovere di fronteggiare il razzismo e combatterlo. Il concetto di “un po’ razzista” non esiste. Non esistono quantità tollerabili di razzismo. Il razzismo è assolutamente inaccettabile e insostenibile indipendentemente dal luogo o dalla forma in cui si manifesta. Il razzismo, inoltre, va ben al di là del bianco contro nero. Ci sono molti altri tipi di razzismo che arrivano da persone di diverse nazionalità e colori. Il grande problema con il razzismo è che non esiste un vaccino per combatterlo. Non ci sono antibiotici da prendere. E’ come un virus altamente pericoloso e infettivo, che viene rafforzato dalla nostra indifferenza e staticità. Quando ho giocato con la Nazionale Ghanese ho imparato a combattere la malaria. Vaccinare le persone non è sufficiente. Bisogna anche prosciugare gli stagni dove le zanzare portatrici della malattia proliferano. Penso che la malaria e il razzismo abbiano molto in comune. Gli stadi di calcio, come tanti altri luoghi, sono pieni di giovani. Se non prosciughiamo gli stagni, tanti di loro che oggi sono sani, potrebbero prendere una delle malattie più pericolose dei giorni nostri. Noi, che siamo costantemente sotto gli occhi dell’opinione pubblica abbiamo molte più responsabilità. Non possiamo permetterci di essere indifferenti o passivi. Noi abbiamo la possibilità di parlare e raggiungere il cuore di una parte della popolazione a cui le discussioni a livello politico non potranno mai arrivare. La storia ci dimostra quanto importanti siano stati i contributi di famosi atleti. Mi permetto di dire che il fatto che il presidente degli Stati Uniti d’America condivida il mio stesso colore della pelle non solo ha a che fare con Martin Luther King, ma anche con Mohammad Ali. Uno dei momenti più intensi e commoventi della mia vita finora è stato quando ho incontrato Nelson Mandela durante il Campionato del Mondo in Sud Africa nel 2010. Che uomo incredibile, sia nella finezza di mente sia nella caratura di spirito! La sua vita mi ha dimostrato che fare valere la propria voce contro il razzismo è meno pericoloso che la muta impassibilità. Nondimeno, è tanto importante e necessario opporsi al razzismo oggi come lo è stato nel passato. Dobbiamo ispirarci alle persone che hanno messo le proprie vite a rischio per la causa. Sono convinto che commetteremmo un fatale e pericolosissimo errore se credessimo che si possa combattere il razzismo ignorandolo e sperando che scompaia da solo come un brutto mal di testa. Questo non succederà. In qualsiasi momento le nostre strade si incroceranno con quella del razzismo il nostro dovere è quello di alzarci e agire, esporci e prevenirlo quando possibile, prosciugare gli stagni da cui ha avuto origine e da cui è proliferato”.