Un arresto di massa, vergogna nazionale
3 dicembre 2013 – 2:42 am | Nessun commento

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La giovane tennista malmenata dalla madre un esempio di rapporto perverso

Inserito da il 13 giugno 2013 alle 10:10 amNessun commento

tennisAl di là dello scandalo per un comportamento tanto clamoroso ma niente affatto unico nel panorama degli agiti di genitori coinvolti direttamente nella esperienza sportiva dei figli, credo che sia interessante aprire una riflessione sul fenomeno del genitore-coach, e più in generale nel ruolo dei genitori nella esperienza sportiva dei figli.

Proverò dunque a dare un piccolo contributo prendendo spunto dall’episodio della madre che ha preso a schiaffi la figlia tennista colpevole di avere ceduto al tie-break.

È di un paio di anni la pubblicazione del libro confessione del grande Andre Agassi che nel suo Open ha raccontato la drammatica esperienza di “numero 1 a tutti i costi”, mettendo sotto gli occhi di tutti la perversione di un rapporto con il padre che gli ha procurato una sofferenza psichica enorme e profonda – sappiamo che dal meccanismo di una relazione perversa non si esce mai integri, ma almeno una parte di sé attraverso efficaci percorsi di cura può essere ricostruita – .

La mia idea, al di là della vicenda Agassi, è che per i ragazzi in formazione l’ attività sportiva debba rappresentare una esperienza di autonomia rispetto alla famiglia, un significativo passaggio di crescita e di responsabilità in un contesto non protetto e garantito dalla presenza assidua dei genitori.

Lo sport insomma andrebbe sempre proposto ai giovanissimi come una occasione per mettersi alla prova in contesti e sistemi relazionali nuovi, con compagni, gruppi e adulti di riferimento con i quali interagire.

Questo naturalmente non significa tenere fuori dalla loro esperienza sportiva i genitori, ma piuttosto marcare dei limiti oltre i quali i familiari non dovrebbero spingersi.

Conosciamo bene la tentazione di molti genitori di spingersi invece ben oltre quei confini e vestire i panni del tecnico; spesso gli esiti di una simile condizione sono al limite della goffaggine e del ridicolo, molte volte invece risultano dannosi se non addirittura drammatici – fratture nei rapporti, genitori frustrati, figli delusi e in fuga dallo sport – .

Quando si va oltre l’interferenza per vestire i panni dell’allenatore del proprio figlio, allora la questione assume contorni più articolati implicando il rischio di una relazione che può perdere i suoi connotati naturali per trasformarsi in qualcosa di molto più complesso, con la possibilità di scadere in quel rapporto particolare che ho definito perverso.

I genitori coach sono portati naturalmente a eliminare qualsiasi filtro nel rapporto con i figli-atleti, così ponendosi nel ruolo “sadico” di chi si sente legittimato a chiedere di più, sempre di più.

I meccanismi psicologici che entrano in gioco nella costruzione di una relazione che può sfociare in un rapporto patologico – si badi bene un rapporto che sul piano sportivo può invece dare il massimo dei risultati – hanno una forte connotazione emotiva e di dipendenza, alimentata da sensi di colpa e da richieste che continuamente li sollecitano; quando si entra e si persiste in un meccanismo del genere, si intuisce, l’impegno agonistico diventa qualcosa di diverso da quella esperienza formativa e di crescita che solo la cura dell’autostima e un adeguato grado di autonomia possono garantire.

Fulvio Carbone
Studio Ipotesi

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